La proposta avanzata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani di sbloccare oltre 14 miliardi di euro di fondi europei non spesi della coesione, attraverso il meccanismo Safe (Supporting Affordable Energy), per destinarli al comparto della difesa e della sicurezza, rappresenta un punto rivelatore nel dibattito politico continentale.
Questa mossa, presentata sotto la rassicurante etichetta della protezione strategica, svela in realtà una torsione etica e sociale drammatica. Eppure, l’aspetto più inquietante della vicenda non risiede tanto nelle gravi e reiterate pulsioni militariste della maggioranza di governo (in cui pure si mostrano crepe quando le elezioni si avvicinano e il consenso conta), quanto nell’attitudine strutturale e nei silenzi calcolati della principale forza di opposizione: il Partito Democratico.
Il piano della destra è limpido nella sua spregiudicatezza e internità ai diktat NATO – atlantici: reindirizzare risorse originariamente concepite per contrastare la povertà energetica, sostenere le famiglie vulnerabili e finanziare la transizione ecologica verso l’industria bellica. L’ennesimo schiaffo allo Stato sociale. Si sottraggono miliardi alla sussistenza quotidiana dei cittadini per alimentare la macchina degli armamenti, dimostrando una totale assenza di remore sul terreno etico e sociale.
Chi governa non si nasconde più, se mai l’ha fatto in passato per lucrare italianissimo consenso: la priorità è l’economia di guerra, la risposta alle crisi internazionali si misura solo in investimenti militari, lasciando indietro i bisogni reali di un Paese strutturalmente impoverito.
Di fronte a questa deriva qualcuno si aspetta una barricata invalicabile da parte del Nazareno. La realtà, purtroppo, è ben diversa.
Il Partito Democratico non è affatto contrario all’utilizzo dello strumento Safe in questa chiave. Dietro i tecnicismi di Bruxelles si cela una motivazione politica precisa: per il PD questo meccanismo rappresenta lo strumento che più si avvicina a un’ipotesi di coordinamento e integrazione della difesa comune europea, un vecchio pallino dell’establishment dem e della sua segretaria.
Ma c’è di più. Elly Schlein si trova, al netto delle sue convinzioni appena esposte, pure a dover fronteggiare la forte e influente area riformista del partito, che non accetterebbe mai un cambio di linea che metta in discussione l’atlantismo ortodosso e il dogma della spesa militare europea.
Qualsiasi tentativo di sterzata in senso razionale e attento ai bisogni sociali e a un mondo in via di rapido cambiamento non solo verrebbe immediatamente stoppato dalle correnti interne, pronte ad aprire una crisi d’identità e di leadership, ma non è proprio nelle corde della leadership dem.
Di conseguenza gli appelli accorati per un netto e intransigente “no” all’ uso di Safe da parte del PD appaiono del tutto sterili.
Chi oggi formula queste richieste, sperando in un sussulto della principale forza progressista, è un ingenuo o è in malafede.
È ingenuo se non comprende i vincoli strutturali, storici e correntizi che legano il PD alle logiche del riarmo, sia pure sotto forma di difesa integrata europea, e della geopolitica tradizionale.
È in malafede se usa questi appelli come foglia di fico per coprire una debolezza d’azione complessiva in grado però di fare languire ogni ipotesi di alternativa.
Il PD, su questo terreno, ha già scelto da che parte stare, preferendo la corrispondenza interna all’ atlantismo e all’ europeismo più inquietanti e sbagliati.
Su questo nodo cruciale si gioca l’intera credibilità di una vera proposta di alternativa nel Paese.
Costruire un’alternativa a chi vuole più armi, a chi persegue logiche guerrafondaie e non mostra sensibilità per i costi umani e sociali del riarmo, richiederebbe una analisi che il cosiddetto campo largo oggi non possiede e che, anzi, considera deleteria (e chi non è d’accordo si allineerà dopo aver ribadito inutilmente e sino allo spasimo la propria contrarietà a guerra e armi).
La difesa della spesa sociale e la ricerca della pace non possono essere ridotte a slogan da campagna elettorale, se poi nei palazzi di Bruxelles e Roma si avallano i canali di finanziamento alla difesa. Le scelte attuali del PD, unite alle timidezze e alle contraddizioni degli altri alleati del centrosinistra pur determinati a restare nel letto di Procuste di quell’alleanza, stanno producendo un effetto politico deleterio.
Questo perenne compromesso al ribasso, questa incapacità di opporsi frontalmente all’economia di guerra, non fa altro che spianare la strada a un futuro assetto pericolosissimo.
L’elettorato che chiede protezione sociale, pace e giustizia economica si ritrova orfano di rappresentanza, spinto da anni nel rancore e nell’ astensione, tradito da formazioni che parlano di diritti ma votano i bilanci militari che li affossano.
Questo vuoto politico e di credibilità non rimarrà così a lungo. Le attuali scelte dei democratici, supportate da chi sa cosa significano ma si aggrega, non possono che preparare e legittimare un nuovo passaggio storico ancora più pericoloso: l’avvento di un populismo fortemente connotato a destra, capace di capitalizzare la rabbia e la disillusione sociale di fronte a un’opposizione che ha smesso di fare l’opposizione.
Di fronte alle reiterate scelte guerrafondaie del PD qualcuno ha detto che si sente cascare le braccia. Come dargli torto.
Quello che importa però, per chi non si rassegna a un esito così infausto, è guardare in avanti, ricercare nella società e nella politica gli elementi per un intervento utile per le classi popolari, per i loro bisogni e, infine, dare una mano a un mondo in cerca di nuovi ordini possibili.
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