L’Ucraina e la trasformazione dell’economia europea in economia di guerra

Non sarò breve ma penso che la conclusione possa essere di qualche interesse.

Al rientro dalla pausa estiva il governo varerà il tredicesimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina.

Il decreto interministeriale firmato dai ministri Guido Crosetto, Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti – come tutti i dodici precedenti – è secretato e passerà dal Copasir, il comitato parlamentare della Sicurezza della Repubblica. Dunque il Parlamento voterà a scatola chiusa.

Intanto però è sempre più evidente il ruolo dell’Ucraina nella trasformazione dell’industria europea in una vera e propria economia del riarmo.

Il sistema di finanziamento europeo destinato alle imprese del settore della difesa operanti in Ucraina ha subito una trasformazione radicale, passando dalla semplice donazione di scorte militari a un modello di investimento diretto nella capacità produttiva locale che oggi muove un giro d’affari stimato, per la sola parte di commesse dirette finanziate dall’UE e dai suoi Stati membri, tra i 500 milioni e il miliardo di euro per l’anno in corso, con una proiezione di crescita esponenziale.

Questo flusso finanziario si articola principalmente attraverso lo European Peace Facility e il nuovo Ukraine Facility, ma trova una svolta decisiva nell’impiego degli interessi generati dai beni russi congelati, che per la prima volta vengono dirottati per pagare fabbriche ucraine affinché producano armamenti destinati al proprio esercito.

L’incidenza della produzione bellica sul PIL ucraino è diventata mastodontica, superando il 20% e trasformando la difesa nel principale motore della resilienza economica nazionale, sostituendo in parte il peso che un tempo avevano l’agricoltura e la siderurgia pesante.

Sebbene l’Ucraina abbia imposto un divieto formale all’esportazione di armi finite per garantire che ogni munizione e veicolo resti al fronte, esiste un crescente mercato di esportazione tecnologica e di componenti, oltre a un sistema di “scambio” industriale dove le aziende ucraine esportano know-how nel settore dei droni in cambio di componentistica hi-tech europea.

Il tredicesimo pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea interviene in questo scenario agendo come un moltiplicatore indiretto per l’industria locale, poiché non solo restringe ulteriormente l’accesso della Russia a tecnologie dual-use, ma include per la prima volta entità di paesi terzi che facilitano il bypass delle sanzioni, costringendo di fatto le catene di approvvigionamento europee a stabilirsi in Ucraina o presso partner “certificati”.

Questo pacchetto rafforza inoltre il controllo sulle componenti elettroniche, spingendo le imprese ucraine a standardizzarsi sui modelli NATO, facilitando così l’integrazione dei finanziamenti europei in progetti di joint venture con colossi come Rheinmetall e Leonardo, che agiscono sul suolo ucraino.

In pratica dall’Ucraina parte la trasformazione dell’economia europea in economia di guerra, con delocalizzazioni e legami finanziari strettissimi.

Al centro di questa metamorfosi si colloca la holding statale JSC Ukrainian Defense Industry, ex Ukroboronprom, che ha avviato un processo di ristrutturazione  per facilitare la creazione di joint venture con partner occidentali, tra cui spicca l’accordo strategico con la tedesca Rheinmetall per la riparazione e la futura produzione in loco di veicoli blindati Lynx e carri armati, segnando il passaggio dalla semplice assistenza alla co-produzione bellica sul suolo ucraino.

Parallelamente, il colosso britannico BAE Systems ha stabilito una presenza operativa nel Paese per sostenere la produzione di pezzi d’artiglieria leggera L119, riducendo i tempi logistici e integrando standard NATO direttamente nelle linee di montaggio ucraine, mentre sul fronte aerospaziale il Luch Design Bureau collabora strettamente con partner europei per il potenziamento di sistemi missilistici a lungo raggio che integrano componentistica elettronica occidentale.

Anche le aziende americane hanno consolidato il loro legame con l’industria di Kiev, con Northrop Grumman che ha siglato accordi per la produzione di munizioni di medio calibro in Ucraina e Lockheed Martin che fornisce supporto tecnico essenziale per la manutenzione dei sistemi HIMARS, trasformando le officine locali in hub tecnologici avanzati.

Il settore privato ucraino non è da meno, con realtà come Ukrainian Armor che ha stretto partnership con fornitori dell’Unione Europea per la blindatura di veicoli e la produzione di mortai, beneficiando del trasferimento di know-how e di catene di approvvigionamento che passano per l’Italia e la Repubblica Ceca.

Nel campo dei droni, la società Athlon Avia e il cluster tecnologico Brave1 operano in una zona grigia di intensa collaborazione con aziende di software e intelligenza artificiale americane come Palantir, integrando dati satellitari e algoritmi di puntamento nei velivoli senza pilota prodotti a Kiev, mentre la turca Baykar sta completando una fabbrica destinata alla produzione dei droni Bayraktar che servirà come ponte tecnologico tra la capacità produttiva ucraina e gli standard aeronautici internazionali.

Questo reticolo di alleanze non risponde solo a una necessità immediata di rifornimento bellico ma mira a stabilire l’Ucraina come l’arsenale avanzato del fianco orientale dell’Europa, dove la fusione tra l’esperienza sul campo delle imprese ucraine e i capitali e le tecnologie di Leonardo, Thales e RTX crea un nuovo polo industriale della difesa capace di competere su scala globale, rendendo le aziende ucraine parte integrante e inseparabile del complesso militare-industriale transatlantico.

In questo scenario si colloca la vicenda di Metinvest che rappresenta il caso più eclatante di riconversione di un impero industriale post-sovietico in una holding strategica per la difesa e la transizione verde europea sotto la guida di Rinat Akhmetov.

Dopo la perdita traumatica dei siti produttivi di Azovstal e Illich a Mariupol, che costituivano il cuore pulsante del gruppo, Metinvest ha spostato il proprio baricentro operativo verso ovest, integrandosi profondamente nel sistema industriale italiano attraverso gli stabilimenti di San Giorgio di Nogaro e Oppeano, e lanciando il monumentale progetto di una nuova acciaieria green a Piombino in collaborazione con Danieli.

 Questo investimento, che oscilla tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro, non è solo un’operazione commerciale ma un asse politico-strategico sostenuto dal governo ucraino e da quello italiano, che vede in Metinvest il fornitore chiave di acciaio speciale per la ricostruzione civile e militare.

Gli aiuti che il gruppo riceve dall’Unione Europea e dall’Italia non sono contributi diretti alla produzione di armi, ma passano attraverso sofisticati canali di finanza agevolata, garanzie SACE per l’internazionalizzazione e l’accesso ai fondi PNRR per la decarbonizzazione industriale, con l’obiettivo di creare un polo siderurgico che possa rifornire l’industria della difesa europea senza dipendere dalle importazioni asiatiche o russe.

Il legame con il governo di Kiev si è evoluto da una tensione pre-bellica, caratterizzata dalle leggi anti-oligarchi, a una simbiosi totale in cui Metinvest funge da principale finanziatore privato dello sforzo bellico attraverso l’iniziativa Fronte d’Acciaio, producendo blindature, rifugi prefabbricati e sistemi di inganno radar.

Questa collaborazione permette al governo ucraino di presentare Metinvest come il modello della nuova Ucraina industriale che, pur rimanendo privata, opera in totale coordinamento con le “necessità” della difesa nazionale e con le direttive di Bruxelles, facilitando l’ingresso di capitali europei in un settore, quello dell’acciaio primario, considerato oggi fondamentale per l’autonomia strategica dell’intero continente europeo.

In sintesi riarmare l’Ucraina per riarmare l’Europa. Con tanti affari miliardari.    

Dal profilo FB di Alessando Volpi

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