Il grande inganno della tutela agricola: perché l’Europa premia la grande distribuzione

Il recente regolamento europeo, nato con l’ambizioso proposito di rafforzare la posizione degli agricoltori nella filiera alimentare, si sta rivelando l’ennesimo paravento normativo dietro cui si nascondono i soliti interessi speculativi.

A guardare da vicino il testo, l’impianto soffre di una colossale, e forse scientifica, omissione: l’assenza di un meccanismo vincolante sul prezzo minimo garantito basato sui costi reali di produzione.

Senza questo pilastro, ogni dichiarazione di principio sulla sovranità alimentare e sulla tutela del lavoro della terra si riduce a pura retorica comunitaria.La realtà dei nostri campi racconta una storia di sistematico sfruttamento. Gli agricoltori si trovano stretti in una morsa soffocante: da un lato l’impennata dei costi dei fattori produttivi, dal gasolio ai fertilizzanti, dall’altro il ricatto economico esercitato dai giganti della Grande Distribuzione Organizzata (GDO). In questo scenario, l’Unione Europea sceglie la strada del finto pragmatismo, affidando la tutela dei produttori a una presunta trasparenza dei contratti e a tavoli di negoziazione intrinsecamente squilibrati.

Come può un piccolo o medio produttore trattare alla pari con multinazionali che controllano l’accesso ai mercati e ai consumatori?L’assenza di un prezzo minimo permette alla GDO di continuare a imporre la legge del massimo ribasso, scaricando l’anello più debole della catena.

Le aste a doppio ribasso e le pratiche commerciali sleali cambiano nome ma non sostanza. Si legalizza così un modello in cui il cibo è trattato come una mera merce finanziaria e non come un diritto e un presidio del territorio.

Questo regolamento, lungi dal redistribuire il valore lungo la filiera, finisce per blindare i margini di profitto dei colossi della distribuzione, accelerando l’espulsione dei contadini dalle campagne e desertificando il tessuto rurale.

Non serve un occhio clinico per comprendere che la crisi dell’agricoltura non si risolve con i pannicelli caldi della burocrazia di Bruxelles o con elemosine assistenziali.

Come va ripetendo da tempo Gianni Fabbris nelle sue storiche battaglie sindacali a difesa della dignità rurale, la vera riforma parte dal riconoscimento del diritto al reddito di chi produce, che deve essere slegato dalle logiche predatorie del libero mercato selvaggio.

Se le istituzioni europee volessero davvero salvare il settore, dovrebbero sancire un principio elementare: è vietato acquistare sotto i costi di produzione. Finché la politica rifiuterà di normare i prezzi, l’agroecologia e la sostenibilità sbandierate nei corridoi di Bruxelles rimarranno spot pubblicitari. Il risultato di questa deregolamentazione mascherata da tutela è sotto gli occhi di tutti: scaffali pieni di prodotti a basso costo e campagne vuote di agricoltori, sostituiti da un’agricoltura industriale senza anima e senza diritti.

È tempo di rovesciare questo paradigma, rimettendo al centro i costi della terra e la dignità del lavoro contadino.

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