L’assoluzione in primo grado degli otto imputati per il grattacielo della Torre di via Stresa a Milano segna un punto di svolta formale nelle inchieste sul mattone, ma apre contestualmente una voragine politica profonda e inquietante.
La formula “il fatto non costituisce reato” certifica una presunta buona fede tecnica ed esecutiva (vedremo le motivazioni intorno a quella che è di fatto una sorta di prassi consolidata), ma non cancella affatto il macroscopico fallimento politico di una gestione del territorio che ha abdicato da tempo al proprio ruolo primario di controllo pubblico.
Se i tribunali ordinari stabiliscono che non vi è stato alcun reato penale, la politica locale non può e non deve nascondersi dietro le sentenze per legittimare un modello di sviluppo urbano profondamente distorto. La giunta esulta, confondendo la regolarità “della consuetudine” (intanto, però, da quando le lotte e i movimenti hanno fatto emergere il problema ci si comporta in modo molto diverso con le autorizzazioni…) con la ben più profonda regolarità sostanziale, innervata sul rispetto dell’ ambiente, delle persone più deboli, delle procedure a tutela del comune condiviso.
Proprio in questo desolante scenario si innesta lo sviluppo del cosiddetto Piano Casa a livello nazionale. Ci troviamo di fronte all’ennesimo provvedimento normativo che, dietro la retorica sbandierata dell’emergenza abitativa e dell’aiuto alle famiglie in difficoltà, sceglie sistematicamente di mollare l’intera edilizia sociale alle forze e agli interessi dei privati. Lo Stato e gli enti locali rinunciano esplicitamente a programmare, finanziare e gestire direttamente gli alloggi pubblici, preferendo delegare la pianificazione urbanistica globale a fondi speculativi e operatori immobiliari privati attraverso cospicue premialità di cubatura. In questo modo si dà la stura a interventi orientati unicamente alla massimizzazione del profitto privato. Le fasce più povere della popolazione restano così escluse da una metropoli escludente, dove il diritto sacrosanto all’abitare è ridotto a mera merce finanziaria.
L’urbanistica dovrebbe essere, per sua stessa natura, lo strumento sovrano del governo pubblico del territorio, concepito per salvaguardarlo e per favorire i progetti destinati ai ceti sociali svantaggiati.
Essa ha il compito fondamentale di sostenere progetti architettonici capaci di sviluppare relazioni umane autentiche, luoghi aperti di aggregazione, socialità diffusa e presidi stabili di democrazia. Quando le piazze pubbliche, i centri di aggregazione sociale e le case popolari cedono il passo a grattacieli privati esclusivi e studentati di lusso inaccessibili, si distrugge alla radice il tessuto comunitario della città.
La pianificazione scompare, sostituita da una trattativa opaca al ribasso tra interesse collettivo e speculazione.
In questa cornice emerge con forza la protervia del sindaco Giuseppe Sala. Forte dell’esito giudiziario, il primo cittadino è tornato immediatamente alla carica chiedendo che riprenda il percorso in Parlamento della legge precedentemente battezzata “Salva-Milano”.
Egli ha detto ipocritamente di non chiamarla più con questo nome.
Questo atteggiamento rivela l’ostinazione arrogante nel voler mantenere a tutti i costi una visione profondamente sbagliata della città. Non c’è alcuna volontà politica di correggere la rotta o di ascoltare il disagio abitativo reale, di ripensare il ruolo pubblico a favore di un tessuto urbano libero dalle speculazioni e dal solipsismo individuale, ma solo l’intenzione di blindare a livello normativo nazionale pratiche che scavalcano le pianificazioni generali valide per un governo razionale del territorio, al fine di assecondare la rendita immobiliare.
Milano e l’Italia non hanno bisogno di sanatorie urbanistiche mascherate da leggi di semplificazione, né di un welfare abitativo totalmente in mano alla componente speculativa.
Finché la politica considererà il governo del territorio come un fastidioso intralcio burocratico anziché come l’architettura stessa della democrazia, la frattura sociale delle nostre città rimarrà insanabile.
