Pier Paolo Poggio, storico. Ė stato consulente della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli per la sezione russa. Dagli anni ’70 si occupa di organizzazione delle fonti per lo studio dell’età contemporanea e di archeologia industriale. Ė stato direttore scientifico della Fondazione Luigi Micheletti e direttore del Museo dell’Industria e del Lavoro (MUSIL). Ha pubblicato diversi volumi, tra i quali Comune contadina e rivoluzione in Russia: l’obscina (Jaca Book, 1978), Nazismo e revisionismo storico (Manifestolibri, 1997), Le tre agricolture. Contadina, industriale, ecologica (Jaca Book 2015) eLa Rivoluzione Russa. Intellettuali e potere (con S.Caprio e G. Codevilla, Jaca Book, 2017). Ha curato inoltre il progetto l’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Pier Paolo Poggio ha voluto realizzare l’intervista che segue dopo un lungo periodo di silenzio. Gli siamo riconoscenti.
Alberto Deambrogio: Pier Paolo Poggio il tuo monumentale lavoro con la collana l’Altronovecento ha portato alla luce correnti di pensiero, figure, conflitti spesso espunti dalla narrazione ufficiale del cosiddetto secolo breve. Oggi assistiamo a un revisionismo storico che non si limita a rileggere i fatti, ma sembra voler uniformare il passato a un presente senza alternative. In che modo il recupero di quelle voci ‘altre’ può fungere da antidoto alla tendenza attuale di ridurre la storia a un tribunale morale dove le spinte radicali e di alternativa vengono preventivamente cancellate?
Pier Paolo Poggio: I volumi di Altronovecento sono frutto del lavoro di un gruppo di persone anche molto diverse fra loro. Alcune si conoscevano, altre invece no. Molti collaboratori li ho scoperti in occasione della messa a punto di quest’opera. Il progetto era quello, senza steccati ideologici, di fare emergere personaggi, perché è più complesso il lavoro sui fenomeni sociali collettivi, che hanno assunto durante il ‘900 una posizione che a noi pareva originale. Persone non inquadrabili in nessuno degli schieramenti dominanti, portatrici di un pensiero alternativo, non necessariamente antimoderno, che in ogni caso vedevano la necessità di trovare un’alternativa all’avanzare inarrestabile del capitalismo. Si tratta di volumi dove il filo conduttore è la critica al capitalismo, senza trascurare però la critica all’esperienza sovietica e anche cinese. La questione del comunismo deve fare i conti con il pedaggio che paghiamo all’esperienza sovietica, ad aspetti dominanti in quel movimento rivoluzionario evidenziati con Stalin, le cui premesse erano già presenti prima di lui. Stalin ha rappresentato una versione degenerata del leninismo. Non so se tutti, all’interno del gruppo del progetto Altronovecento, erano proprio d’accordo su ciò che sto dicendo, perché quello non era un gruppo organizzato, erano davvero persone singole. Tutti, però, mi sembravano convinti che un’alternativa al capitalismo doveva fare i conti con il comunismo, perché se si riproponeva il comunismo com’era storicamente realizzato non ci sarebbero state chances, non ci sarebbe stata una strada. Bisognava trovare una via diversa. Un punto importante era la critica a come il comunismo e il capitalismo occidentale avevano risolto il problema della industrializzazione come unico motore della storia. Una posizione che si portava dietro la necessità di abbattere tutte le forme di organizzazione sociale che facevano da ostacolo. Le stesse guerre di Trump si capiscono ora dentro quest’ottica che si ripete, quella di chi cerca la vittoria per un capitalismo senza limiti. Ė evidente che bisogna invece trovare delle alternative. Queste ultime però non possono nascere semplicemente da un pensiero che vuole opporsi a quello che succede, devono essere dimostrate praticamente da movimenti sociali. Deve emergere una realtà sociale nuova, che prende atto del disastro verso cui ci stanno conducendo coloro che comandano il mondo. Ci sono sicuramente dei pensatori interessanti che io conosco magari solo in parte, ma quello che sta emergendo è l’inaspettato risveglio dei giovani. Dopo il ‘68 la gioventù si era integrata, non vedeva alternative, non aveva speranza. Ora, invece, qualcosa sta succedendo. Se questo sfondo sociale si irrobustisce, acquisisce una sua autonomia dal pensiero dominante, c’è qualche speranza; certo senza illusioni, ma senza nemmeno lasciare troppo spazio alla disperazione. C’è qualcosa che sta succedendo, che non ha forze organizzate per ora, che però risponde alla necessità della specie umana di non autodistruggersi, di trovare una via per il futuro, per le nuove generazioni, che non sia quella in cui tutto è già segnato, pensato e realizzato. Servono schemi che non siano più, ovviamente, quelli del comunismo cosiddetto reale, ma neanche quelli di un capitalismo senza freni. Noi con Altronovecento abbiamo cercato di dare un contributo in questo senso. Purtroppo il progetto è stato solo in parte realizzato, perché a un certo punto non abbiamo più avuto le forze per affrontare i continenti Asia e Africa. Ė stato in parte un fallimento, però occorre rimarcare che tutto è stato possibile grazie a un lavoro volontario, senza finanziatori; c’è stato solo un editore che si è detto disponibile a stampare l’opera.
A.D.: Tu hai analizzato a lungo le dinamiche del potere e del dissenso. Se negli anni successivi al 1989 l’anticomunismo aveva i tratti del trionfalismo geopolitico, appare oggi più pervasivo e strumentale, quasi un pilastro di una cancel culture di destra, che mira a sradicare non solo l’idea di comunismo, ma ogni forma di critica del modello neoliberista. Come spieghi questo paradosso per cui, a distanza di decenni dalla caduta del muro, l’anticomunismo è diventato un’arma retorico politica ancora più aggressiva e onnipresente nel discorso pubblico?
P.P.P.: Io la intendo così: l’anticomunismo oggi vuol dire schiacciare le individualità, i gruppi organizzati, i collettivi spontanei che si ribellano, che dimostrano di non voler accettare la realtà così come si è venuta configurando, sul comunismo realizzato. I discorsi sono tesi a dire: i comunisti, il comunismo li avete conosciuti tutti, come potete essere attirati dalle prospettive di una forma politica che ha dimostrato il suo fallimento nel ‘900? Quindi l’anticomunismo diventa uno strumento molto efficace, perché vuol dire ricondurre il nuovo che sta emergendo, in forme tutte ancora embrionali, a un’esperienza fallita che si vorrebbe resuscitare. Ė un po’ il modello dominante di ciò che sta succedendo nella sfera politica e sociale. Questa impostazione però rende miopi. Non si vede il disastro a cui si va incontro con la replicazione di un capitalismo folle e non si vede il nuovo, che si trova ancora in forma embrionale, ma che pure sta emergendo. Altre volte è stato illusorio, vedremo adesso, ma è del tutto evidente che questa è anche l’unica chance per non distruggere il mondo così come è e come lo abbiamo avuto in eredità dalle generazioni di coloro che, attraverso i secoli, hanno lavorato non per dominare, ma per creare una forma di organizzazione sociale solidale, collettiva, fraterna. Che non distrugge l’individuo, ma, pur lasciando la libertà per ognuno di realizzarsi, non lo pone in una condizione di sottomissione al potere dominane.
A.D.: Di fronte a una politica che usa la storia come terreno ideologico e un’accademia spesso costretta in schemi produttivistici, dove può trovare spazio oggi una ricerca storica indipendente? Prendendo spunto dal tuo lavoro, quali sono i percorsi necessari per ricostruire anche un’infrastruttura culturale capace di rilanciare un pensiero di alternativa, che non sia una semplice testimonianza ma strumento di opposizione reale alle spinte conservatrici e regressive?
P.P.P.: Parto non da un pensiero originale, ma dalle esperienze che ho fatto. Se si vuole mettere in piedi un’infrastruttura culturale indipendente, bisogna vincere l’individualismo che domina anche i soggetti che si pongono in posizione critica nei confronti della realtà. Quando è successo, emerso, qualcosa di buono, di nuovo di entusiasmante in certi momenti, ribadisco che mi baso sulla mia personale esperienza, è stato perché i singoli individui hanno vinto l’individualismo, cioè si sono messi in gioco senza avere come obiettivo l’autorealizzazione. La realizzazione doveva essere collettiva. Non funzionava se io diventavo una vedette della cultura o cose simili. Funzionava se il gruppo complessivo, anche attraverso piccole esperienze però collettive, non aveva qualcuno che dominava, ma tutti avevano la libertà e la forza di esprimersi; sbagliando magari, però seguendo le proprie intuizioni, i propri pensieri o ideali. Quello che ho visto invece troppo spesso è che i migliori finivano per chiudersi nella loro individualità particolare, miravano solo all’autoaffermazione. Questo è un meccanismo infernale, che consente il dominio perché impedisce la creazione di forme collettive, quindi forti che non è poi facile distruggere. Se l’individuo si chiude nel suo particolare, pensa solo al suo interesse, alla gloria che può venire o che spera di raggiungere, non c’è via d’uscita. Con ciò non sto riproponendo la forma partito senza residui. Essa è stata una novità storica, ma che ha avuto molti problemi. Dentro il partito, purtroppo, abbiamo potuto sperimentare troppe volte che c’è chi comanda e chi è sottomesso, chi è libero di esprimersi e chi deve invece contenersi per non infrangere la linea ufficiale. Le scelte di coloro che sono coinvolti adesso mi sembra, salvo illusioni, possano essere liberate da quella eredità. Lasciamo stare le destre, perché non ci danno nessuna speranza per il futuro: possono dominare, ma non risolvono i problemi, anzi li aggravano rendendoli catastrofici. Se guardiamo alle forze che sono all’opposizione, le vediamo troppo spesso chiuse nel loro particolare di gruppi anche organizzati e potenti, che però non hanno come finalità quello di un’emancipazione collettiva. Quello che è stato il sogno frustrato delle esperienze alternative del ‘900, quello che noi abbiamo inseguito e che ha avuto dei momenti alti come, ad esempio, la vicenda dei consigli o delle tante rivolte collettive che hanno segnato la storia anche dei secoli precedenti. Adesso però serve la forza, la capacità di mettere le basi di un rinnovamento del mondo in cui viviamo. Le scadenze si stanno avvicinando, perché i guai che sono stati commessi sono enormi. Se non si affrontano pensando al bene dell’umanità, l’umanità chiude la sua vicenda. Essa ha una storia molto lunga, ma come è nata può finire.
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