Deficit sopra il 3%. Basta austerità ed economia di guerra

Come previsto dalla maggior parte degli analisti a nulla sono serviti i giochi di prestigio del ministro Giorgetti finalizzati a raccattare i soldi indispensabili per mettere su carta la discesa del deficit di bilancio sotto la fatidica soglia del 3%.

Non è quindi un fulmine a ciel sereno la conferma da parte di Eurostat del mancato raggiungimento dell’obiettivo che avrebbe permesso al Paese la fuoruscita dalla procedura UE per deficit eccessivo.

Ma la sua materializzazione rappresenta una doccia fredda per il governo già alla canna del gas a causa dell’impossibilità di tenere insieme le tante promesse fatte con il rispetto dei vincoli del nuovo patto di stabilità dell’Unione che aveva firmato e applicato con rigore degno di miglior causa.

E’ stata perseguita e ostentata come un valore la riduzione del deficit a tappe forzate attraverso tagli alla spesa sociale, alla sanità, alla scuola; il furto di decine di miliardi ai dipendenti pubblici con contratti di 10 punti al di sotto dell’inflazione; il peggioramento della legge Fornero e  l’utilizzo delle pensioni come bancomat per estrarre altre decine di miliardi;  la mancata restituzione del drenaggio fiscale che tra il 2022 e il 2024 ha fruttato alle casse dello stato 25 miliardi.
Un rigore a senso unico ai danni dei ceti popolari, mentre si elargivano soldi a imprese ed evasori, finalizzato al rispetto dei vincoli accettati e soprattutto in ossequio ai mercati finanziari assunti a giudici ultimi delle proprie scelte. Lo spread è stato il vero riferimento di questo governo a discapito delle condizioni dell’economia reale e del disagio sociale crescente.

Tutto inutile. Si è ripetuto quanto noto da decenni di politiche liberiste: i tagli, oltre che produrre devastazione sociale, deprimono ulteriormente il prodotto interno e non permettono nemmeno la riduzione del debito.
Ora il governo scarica le sue responsabilità sugli aumenti dei costi dell’energia e delle materie prime determinati dalla guerra, tacendo i fatti che senza la guerra in Ucraina contro la Russia l’Europa non si troverebbe totalmente alla mercè delle scelte di Trump e che paghiamo i costi di un’altra guerra: quella delle destre alle rinnovabili e alla riconversione ecologica dell’economia.

Ora i sovranisti nostrani si trovano in un culo di sacco reso evidente dalle suppliche (andate a vuoto) a Bruxelles per una sospensione del patto di stabilità senza la quale non si trovano i soldi nemmeno per alleviare le spese di cittadini e imprese per i carburanti e le bollette. Per attuare il taglio delle accise che scade il primo maggio non si è trovato di meglio che tagliare ancora voci di spesa dei ministeri per la sanità, la scuola, la cultura e i rimborsi alle famiglie.

Se l’affidamento su quel risultato, per poter disporre di risorse per una finanziaria elettorale per il 2027, era in gran parte un’illusione, è invece certo che col 3,1% di deficit certificato viene a mancare la condizione per aumentare la spesa in armi al di fuori dei saldi di spesa primaria netta del 1,6% concordati con Bruxelles.

L’approvazione in sede UE di 90 miliardi per l’Ucraina nonostante la drammaticità della situazione induce a pensare che il governo darà la priorità agli impegni assunti con la Nato che comportano 23 miliardi di spesa militare entro il 2028 e il 5% di spesa militare entro il 2035 saranno rispettati. E questo potrà avvenire solo continuando a colpire i ceti popolari, le lavoratrici e i lavoratori, i pensionati.

Sui salari il governo prepara un decreto che se va bene indicherà come riferimento per la contrattazione in tutti i settori i contratti delle organizzazioni sindacali più rappresentative assolutamente insufficienti per sottrarre dalla soglia di povertà milioni di lavoratrici e lavoratori. È già annunciata la prosecuzione della politica di decontribuzioni per incentivare l’autosfruttamento e la privatizzazione del welfare con le assicurazioni aziendali. Viene sempre rifiutata l’unica misura in grado di salvaguardare il lavoro dipendente dalla povertà e dal ricatto del super sfruttamento: un salario minimo legale di 12 euro all’ora indicizzato automaticamente all’inflazione.

Le misure già delineate per contenere l’inflazione in risalita a causa degli aumenti dei prezzi del petrolio, delle materie prime e dei fertilizzanti provocati dalla guerra saranno assolutamente insufficienti a fronte di rincari che su certi generi del carrello della spesa hanno già raggiunto il 30%.

Non potrà che accentuarsi il contenimento dei consumi registrato da Istat e Confesercenti secondo i quali nel 2025 rispetto al 2019, la spesa reale delle famiglie è stata inferiore dell’11%, pari a una riduzione media di 3.400 euro all’anno per nucleo familiare.

E’ questa una delle cause della stagnazione strisciante che affligge la nostra economia per la quale per il prossimo triennio il  Fmi prevede la crescita più bassa d’Europa: +0,5% per il 2026, meno della metà rispetto alla media dell’Eurozona (+1,1%), + 2,6% nel triennio, anche in questo caso meno della metà della media dell’area euro a fronte di paesi la cui crescita è stimata   del doppio come Francia  e Germania o tre volte di più come la Spagna.

La fotografia di un declino economico è ben visibile nei processi di deindustrializzazione  del paese che stanno comportando la chiusura di siti produttivi strategici, mentre  la produzione nei settori industriale è   in calo da tre anni consecutivi ed è ancora 5 punti sotto i livelli del 2021. Solo tra il 2024 e il 2025 c’è stata una crescita di quasi 50 milioni di ore in cassa integrazione; lo scorso anno l’Inps ha autorizzato quasi 309 milioni di ore che corrispondono ad oltre 148mila posti di lavoro rimasti fuori dall’attività produttiva. Presso il Mimit risultano aperti tavoli di crisi che coinvolgono 103 aziende e oltre 131.000 lavoratori, cui vanno aggiunte le vertenze gestite a livello regionale”.

Ci troviamo di fronte a problemi strutturali prodotti da questo e dai governi precedenti responsabili di politiche liberiste a senso unico, costi e sacrifici per i ceti popolari, favori a imprese, evasori e clientele, da cui non si potrà uscire se non con la ripresa di una grande stagione di lotte che unisca tutti i soggetti sociali su cui vengono scaricati i costi delle guerre e delle crisi prodotte da un capitalismo sempre più predatorio.

Si può fare dicendo basta alle spese militari, alle guerre e all’economia di guerra che aggiunge alle stragi di popolazioni inermi nei paesi colpiti direttamente la devastazione sociale nei Paesi aggressori e complici. È possibile in un’Europa indipendente e fuori dalla Nato che vada dall’atlantico alla Russia in un mondo orientato al multilateralismo, alla pace, alla solidarietà tra i popoli.

È necessario rompere la logica del patto di stabilità europeo e la sudditanza ai mercati finanziari assumendo tutte le misure indispensabili per riportare la finanza al servizio dell’economia e l’economia al servizio della società.

È possibile ripristinando una vera progressività del prelievo fiscale che riduca le aliquote per i redditi bassi, aumenti quelle per i redditi alti e riporti sotto il regime dell’Irpef le valanghe di miliardi soggette a tassazioni separate agevolate. E di fronte allo scandalo dell’incremento senza sosta dei supermiliardari, 89 in più al giorno e 160 mila in più in 5 anni, che vanno ad accrescere le disuguaglianze a livelli da Ancien Regime, vanno subito tassate le grandi ricchezze.

L’alternativa è una navigazione a vista con misure demagogiche (poche) a fini elettorali fatte tagliando ancora tutto ciò che è pubblico, immiserendo sempre più l’economia nazionale e aumentando le disuguaglianze.

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