Un Paese che arma i giovani e disarma il welfare: la deriva che dobbiamo fermare

Scadrà il 22 luglio il termine per la presentazione delle domande per il nuovo concorso dei Volontari in Ferma Prefissata Iniziale, rivolto a giovani dai 18 ai 24 anni in possesso di licenza media. Non si tratta di una semplice selezione pubblica, ma di un tassello di un progetto politico e culturale che punta a trasformare radicalmente il Paese. Il bando, inizialmente previsto per 6.000 reclutamenti nel 2026, è stato ampliato a 9.000 grazie a nuove coperture finanziarie inserite direttamente nella Legge di Bilancio. Lo Stato investe risorse certe e crescenti nel reclutamento militare, mentre riduce quelle destinate al welfare attuando una direzione strategica che trova piena conferma nel nuovo Disegno di legge per la riforma della Difesa, presentato dal Ministro Crosetto, approvato dal Consiglio dei ministri e ora alle Camere. Il DDL ridisegna l’intero assetto delle Forze Armate, ampliando gli organici, creando una forza di riserva nazionale, centralizzando i comandi, soprattutto in ambito cyber.

Parallelamente, si dà il via libera all’aumento degli stipendi del comparto militare. Già a fine 2025 erano state siglate proposte migliorative per i salari dell’Esercito, concretizzate nel rinnovo contrattuale 2022-2024 con decine di milioni di euro destinati alla sicurezza. Nel primo semestre del 2026 è stato aperto il tavolo di contrattazione per il triennio 2025-2027. Il rinnovo contrattuale del comparto “sicurezza e difesa” è stato firmato il 15 luglio, e si gettano le basi per una “previdenza dedicata”. Tutto converge verso un atteggiamento di favore crescente per il comparto militare, uno degli elementi tipici dell’economia di guerra, che mira a rendere la divisa sempre più appetibile.

In questo contesto, il concorso VFI diventa la porta d’ingresso di migliaia di giovani. E non è un caso che la maggior parte provenga, come sempre, dal Sud e dalle Isole. Qui il divario economico, ben oltre il dato statistico, è una condizione materiale che determina le scelte di vita perché in un territorio dove la vita civile non offre alternative, la vita militare diventa – paradossalmente – l’unica prospettiva per il futuro. Non per vocazione, ma per necessità. Non per scelta, ma per mancanza di scelte. Il Sud Italia viene trasformato in un serbatoio umano dell’Esercito.

La precarietà non è un effetto collaterale ma è una leva politica. Salari erosi dall’inflazione, e senza previsione di salario minimo, pensioni ferme, allungamento dell’età lavorativa, tagli alla sanità e ai servizi pubblici indeboliscono l’autonomia economica delle persone, e una società impoverita è più facile da indirizzare verso la divisa. E infatti mentre si investe nel riarmo, si disinveste scientificamente nel welfare. Sanità, scuola, trasporti, ambiente e cultura vengono sacrificati sull’altare della fedeltà atlantica. Le risorse pubbliche vengono spostate dalla cura alla guerra, dalla protezione sociale alla protezione armata. È un ribaltamento del patto democratico, laddove lo Stato non garantisce più un welfare universale. Così, quando il welfare arretra, l’Esercito avanza e quando il lavoro civile manca, il lavoro militare diventa l’unica via. È un meccanismo preciso: creare precarietà per poi governarla

Ma la militarizzazione non riguarda solo i bilanci e i concorsi. Riguarda le scuole, le università, gli spazi educativi. Ricordiamo il questionario del Garante per l’Infanzia rivolto ai ragazzi tra i 14 e i 18 anni dove si chiedeva se la guerra fosse “naturale”, se “prepararsi alla guerra” fosse giusto, se ci si sarebbe arruolati in caso di conflitto. L’ennesimo tentativo di abituare i giovani all’idea che la guerra sia una possibilità concreta, che la divisa sia un percorso normale, che l’obbedienza armata sia una forma di responsabilità civica. Anche la scuola, invece di essere luogo di emancipazione e laboratorio di pensiero critico, viene trasformata in luogo di addestramento psicologico. La società intera viene educata alla guerra.

Si costruisce un immaginario in cui l’uccisione di un altro essere umano viene presentata come una funzione professionale, un mestiere tra gli altri, una competenza da acquisire. Il soldato diventa un “operatore”, un “professionista della sicurezza”, un lavoratore come gli altri. È la normalizzazione della guerra che rende possibile un mondo in cui la morte inflitta non è più un trauma ma una procedura, non più un orrore, ma un lavoro, non più un limite, ma una possibilità.

Questo nuovo concorso VFI diventa quindi emblematico di un progetto politico che lega insieme ampliamento degli organici militari, fragilità socio-economica del Sud, militarizzazione delle scuole e della società, normalizzazione culturale della guerra, smantellamento del welfare e israelizzazione del modello statale. Quel paradigma in cui sicurezza ed emergenza prevalgono sui diritti, trasformando il dissenso in un problema di ordine pubblico e normalizzando la militarizzazione del controllo sociale. È un modello in cui la dimensione militare non è più separata dalla vita quotidiana, ma la attraversa, la disciplina, la orienta. La società viene educata a vivere in uno stato di allerta permanente, dove la guerra è sempre possibile, il nemico alle porte, e la risposta deve essere immediata, armata, organizzata.

Chi vuole difendere la pace, la giustizia sociale e la dignità del lavoro deve contrastare con lucidità questo processo. Perché ciò che sta accadendo riguarda il futuro di tutte e tutti.

Leggi anche:
L’illusione dell’alternativa: il costo del militarismo e il declino del welfare nell’Italia bipartisan –
Fuori dalle logiche del sistema di guerra per un nuovo inizio –

Sostienici col 5 X 1000